Fabio Peloso – LUCE/COLORE – a cura di Antonella Capitanio – Inaugurazione sabato 12 marzo

Inaugurazione sabato 12 marzo ore 18.00
Mostra personale di

Fabio Peloso

a cura di

Antonella Capitanio

dal 12 marzo al 10 aprile 2016
dal martedi al sabato ore 17-19.30 o su appuntamento

LUCE/COLORE

Senza luce non c’è colore e l’affermazione che la pittura è luce e colore attraversa la teoria artistica nei secoli. Una particolare stagione del Rinascimento fiorentino è stata anzi felicemente condensata nella definizione “pittura di luce”, dove – citando dal catalogo dell’omonima mostra curata nel 1990 da Luciano Bellosi nel Museo di Casa Buonarroti a Firenze – “i colori si imperlano di luce e la prospettiva diventa uno spettacolo per gli occhi”: oggi tecniche e supporti sono cambiate, la mimesi non vincola più il soggetto, ma la creazione di opere visive resta sotterraneamente fedele a questo assunto, e non sorprende dunque che un artista odierno possa essere concettualmente associabile al nitore di un Beato Angelico o di un Paolo Uccello.

Grazie anzi alle possibilità offerte dal plexiglas opaco e dagli attuali sistemi di illuminazione, quell’artista può oggi liberare quel colore-luce nello spazio, dissimulando il suo stesso intervento sulla materia e sollecitando invece in chi guarda uno sguardo creatore.

Quell’artista si chiama Fabio Peloso, protagonista di un percorso d’arte lungo ormai quattro decenni, in cui ha progressivamente proceduto per sottrazione, mirando all’annullamento dell’evidenza del fare e costringendo il suo spettatore ad una consapevolezza nella visione: un artista che realizza opere che esistono solo quando sono guardate con meditata attenzione.

Una linea di pensiero che era in fondo già espressa in quel suo “pre-testo” fatto di nove righe in bianco e concluso da un “a-rivederci a presto”, pubblicato sul catalogo della mostra Un’altra Livorno allestita nel gennaio del 1978 alla Casa della Cultura della stessa città. E non meno nella sua prima grande stagione incentrata sull’essenza delle tarsie marmoree dell’architettura toscana, “decorazione come pratica e lavoro senza nome”, secondo le parole con cui Massimo Carboni introdusse il suo lavoro in occasione della mostra Critica ad Arte curata da Achille Bonito Oliva nel 1983 in Palazzo Lanfranchi a Pisa.

Poi venne l’incontro con la meditazione Zen e quella sua linea si chiarificò ed emerse come assoluta: la limitazione dell’io che ne è base e scopo lo portò a opere in cui l’operare dell’artista è liminare, nascosto, ai limiti dell’assenza – dalle grandi tele di colore unito ai cui vertici si stagliavano i numeri della sequenza cardine 1.2.3.4, alle creazioni in cui affiorava, di volta in volta, una delle sei parole che indicano i “parameta” del buddismo, cioè le perfezioni da raggiungere, a quelle in cui la parola IO, sempre nodale nella composizione, appariva come soccombente sotto reiterate stesure di colore o sfumava come pura parvenza.

Ed esplicito si faceva l’invito ad uno sguardo lento, che andasse oltre l’aspetto sensibile, ora con l’inclusione di un piccolo specchio nella composizione, ora con la diretta scritta “Guarda Guarda” o “Look Look”.

Logico – e magico – approdo l’attuale “emanazione” di luce-colore, che sembra nascere e non essere fatta: l’artista la intercetta nel plexiglass e la dona al suo spettatore, portandolo a vivere l’esperienza di “pensare colore”.

Antonella Capitanio



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