4+2+2.L’urto del tempo Performance di Elisa De Luca

Studio Gennai Arte Contemporanea presenta 
4+2+2.L’urto del tempo Performance di Elisa De Luca

Sabato 25 luglio 2020 ore 19.00 Via S. Bernardo 6 Pisa

Si tratta di umanità. […] Non è che non potrei fare anche altre cose. Si rinuncia consapevolmente a tutto. […] Quello che capita avviene sempre per necessità o desiderio. […] Quasi tutto può essere danza. Ha a che fare con una determinata consapevolezza, un determinato rigore: sapere, respirare, ogni minimo dettaglio. Ha sempre a che fare con il “come”. Esistono così tante cose che sono danza anche cose del tutto opposte. […] ogni cosa è molto più stratificata di quello che sembra. Pina Bausch

4+2+2. L’urto del tempo Performance di Elisa De Luca
Si danza anche “soltanto” con le espressioni del volto, con gli apparentemente semplici movimenti di un braccio, di una mano o di un piede, perché come sostenuto da Philippine Bausch, detta Pina «[…] i passi non vengono mai dalle mie gambe.» Con questa affermazione la celebre coreografa tedesca intendeva dire che la danza nasce sempre da un’esigenza interna, da qualcosa di nascosto, di “coperto”, che può prender forma attraverso il movimento o perfino nel suo apparente arrestarsi. 4+2+2. L’urto del tempo, è una performance nata in seguito alla personale esperienza di vita che ho condotto da ottobre 2017 fino al 2 marzo 2020. Ho trascorso quel lasso di tempo dividendomi tra tanti luoghi e tempi diversi. Luogo deputato a quegli spostamenti è stato il treno che attendevo ogni mattina dal binario numero 8 della stazione ferroviaria di Pisa per recarmi alle lezioni accademiche che frequentavo a Firenze. Durante quelle attese e viaggi riflettevo sui tanti tempi differenti che coabitavano quei momenti: il tempo del treno che viaggiava lungo i binari, i diversi tempi di vita dei viaggiatori, i tempi sospesi dei paesaggi osservati fuori dal finestrino e quelli dai ritmi frenetici dati dal traffico di automobili e persone che si affrettavano brulicanti nelle loro vicende di vita. Per conciliare i molteplici impegni di vita quotidiana, ero solita marcare ed abbozzare frammenti di lezioni di danza che preparavo anche durante i viaggi in treno. Questi movimenti e gesti innescavano inevitabilmente delle reazioni nei passeggeri che mi sedevano davanti, accanto o che mi osservavano a distanza. Così c’era chi sembrava incuriosito, chi infastidito, chi collaborava cercando di farmi spazio, agevolando così il mio lavoro e c’era perfino chi quasi quasi attendeva con un certo impaziente piacere l’inizio di quelle danze. Mentre creavo quelle strutture di movimenti captavo “l’urto del tempo” e questo diventava parte di quel materiale assumendone spesso la forma. Ogni mia azione s’intrecciava inevitabilmente con tutto quello che attraversava in quei momenti la medesima dimensione spazio-temporale. Ogni mio gesto era inseparabile dalla vita che viaggiava insieme a me su quei treni ed era nutrito da essa. Un lungo lavoro di osservazione e di analisi in particolar modo riguardo la questione del tempo oggi e di come con il corpo si possa dare forma a questo mondo mutato, in cui tutti corrono, tutti insieme e tutti molto soli al tempo stesso, in cui tutti lamentano la stanchezza di questo stile di vita e lo fanno anche mentre continuano a correre. Rispetto alla questione del tempo oggi, il mio lavoro con il corpo si è focalizzato sulla sospensione temporale, sulla scelta di e come fermarsi, come entrare in pausa e sull’interconnessione tra i corpi e non solo. Ritengo vi sia una forte analogia ed evidente parallelismo tra la velocità e la quantità di movimento richiesti oggi ad ogni individuo dalla “società dell’accelerazione” in cui viviamo e lo status quo proprio di chi professionalmente danza. Mai viene sottolineato l’aspetto meraviglioso e di magico stupore che lo scegliere di fermarsi, anche per chi danza, provoca sia in chi lo vive che in chi vi assiste. Quando ci fermiamo aumenta sia l’ascolto interiore, personale che il sentire in senso molto più ampio e vasto della realtà che ci circonda. Si torna a sentire “il profumo del tempo” ed ogni essere e cosa che ci circonda “guadagna tempo e spazio, durata e ampiezza, quando recupera questa capacità contemplativa.” Si torna a respirare e ad ascoltare l’aria che attraversa il nostro corpo e che genera movimento e vita. 4+2+2. L’urto del tempo, nasce come risposta a tutto questo, onde evitare di “soffocare nel proprio stesso fare.” Per John Cage, che in un’intervista del 1982 dichiara che 4’33” ha rappresentato la sua opera più importante, i suoni emessi dall’ambiente circostante (dal respiro degli spettatori, alla caduta di un oggetto o altro), costituiscono la partitura musicale di quell’opera. Per Cage “everything we do is music”, tutto ciò che facciamo è musica. Se per Cage non esiste il silenzio in quanto “accade sempre qualcosa che produce suono”, così per me sedermi nelle sedute della carrozza del treno, non significava che non vi era movimento. Anche in quella durata temporale accadeva sempre qualcosa che aveva a che fare con l’umanità, con la danza, con la vita. La durata complessiva di 4+2+2. L’urto del tempo, consta di 8 minuti e nasce dall’idea per cui la somma delle cifre numeriche che compongono la durata della performance 4’+2’+2′ (4+2+2) dà origine al numero 8. L’8 è universalmente considerato il numero dell’equilibrio cosmico e se lo si ruota nell’asse orizzontale dà origine al simbolo dell’infinito. Nella fisica è un numero magico e nella chimica è il numero atomico dell’ossigeno. La sua traslitterazione in lettere dà origine ad un palindromo, rare parole che si possono leggere da sinistra a destra e viceversa. Il riferimento al numero 8 in questa performance nasce proprio dalla simbologia universale che questo numero rappresenta come simbologia di equilibrio cosmico, quindi come stato di apparente quiete che non significa stasi, ma bilanciamento armonico, come quello che ogni corpo ambisce a trovare e che anche in stato di arresto è attraversato da forze e movimenti sotterranei che ne permettono l’equilibrio. Rovesciato nell’asse orizzontale dà vita al simbolo dell’infinito, come infinito è il continuum spazio-temporale. Un numero magico, come magica è la meraviglia, lo stupore che scaturisce da esperienze di ascolto diverso da quelle cui siamo abituati ed infine nella simbologia che lega il numero 8 al numero atomico dell’ossigeno, trovo il riferimento all’aria, alla respirazione, come primordiale “movimento” di vita. Martin Heidegger scrisse: «Fermarsi significa: durare, restare fermo, arrestarsi e dimorare in sé, restare dunque in quiete. Dice Goethe in un bel verso: il violino stacca, il ballerino si ferma. Nel momento in cui il ballerino si arresta nel movimento, si accorge di tutto lo spazio. E questo momento di esitazione è la condizione perché inizi una danza completamente diversa.»
Elisa De Luca

Biografia
Elisa De Luca nasce a Pisa nel 1984. Comincia le prime esperienze di studio della danza all’età di tre anni nella sua città natale. Durante gli anni di studio ha modo di perfezionare differenti tecniche: tecnica accademica, moderna e contemporanea partecipando a numerose lezioni, seminari e tirocini con prestigiosi maestri nostrani e stranieri. Si diploma con il massimo dei voti presso l’Istituto Statale d’Arte “F. Russoli” di Pisa, indirizzo Pittura e decorazione pittorica e si laurea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Pisa, al corso di laurea Cinema, Musica e Teatro, indirizzo Cinema ed immagine elettronica, discutendo la tesi su un personale progetto coreografico sviluppato durante la sua permanenza presso il Conservatori Superior de Dansa de Barcelona, Institut del Teatre (Barcellona, Spagna), dove ha svolto un tirocinio professionalizzante (Progetto Est-Ovest – I Mestieri della Cultura) con affermati docenti, coreografi e compagnie di fama internazionale. Danzatrice professionista ed insegnante di danza e stata interprete negli spettacoli Cenerentola, una storia ancora attuale con la regia e la partecipazione di Lindsay Kemp; interprete in Esodidi Virgilio Sieni; interprete nel Progetto Arno a cura del Collettivo Fosca. Nel febbraio 2017 si reca a Manhattan (New York, USA), dove ha modo di confrontarsi con alcuni dei più affermati ballerini e coreografi della cultura Hip Hop del momento, in seguito alla conclusione del percorso triennale di Alta Formazione in Danze Urbane del NOHA (Nation Of Human Arts, direzione artistica Marisa Ragazzo ed Omid Ighani), svolto presso la prestigiosa sede fiorentina dell’Opus Ballet. Supera l’esame di ammissione e si iscrive al biennio specialistico in Arti visive e nuovi linguaggi espressivi (Pittura), presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze nell’anno Accademico 2017/2018. Nell’estate 2018 crea e realizza insieme ad un gruppo di allieve ed allievi (Giorgia Alderuccio, Luca Benvenuto, Margherita Calderisi, Veronica Facente, Veronica Huerta Garcia, Chiara Lombardo, Florida Miloti, Ilaria Sabatini, Fabiana Ubinha Almeida), la Panchina umana (Human bench), una performance che verrà eseguita in Via Palestro a Pisa (iPazzi Factory), in Via De’ Martelli, Piazza del Duomo e Piazza della Signoria a Firenze (Progetto CANTIERI). Nell’anno Accademico 2018/2019 discute la tesi indagando (sempre attraverso il linguaggio del corpo), la tematica dell’accelerazione del tempo nella società contemporanea e le molteplici problematiche che questa “atomizzazione temporale” scaturisce in ognuno di noi e nella natura.



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